martedì 15 settembre 2015

PROG & NOBODY'S LAND: INTERVISTA INTEGRALE



INTERVISTA  INTEGRALE DI GUIDO BELLACHIOMA (PROG)

Come nasce la tua passione per il prog?
Franco Vassia: Credo di aver scoperto i germi del prog ben prima della sua nascita. Nella seconda metà degli anni Sessanta - in anticipo sui tempi - alcuni gruppi avevano cominciato a coniugare il rock con la musica classica. Sto parlando di “Days of Future Passed” dei Moody Blues, di “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum e, successivamente, di “Rain and Tears” degli Aphrodite’s Child, di “Odessa” dei Bee Gees” e dei Wallace Collection. La “Sinfonia No. 9 di Dvorák”, l’“Aria sulla Quarta Corda” di Bach, il “Canon in D” dell’abate Pachelbel avevano, con maestria, contagiato gli schemi del tardo beat. Sono convinto che proprio in quell’alveo - il 1967 - sia nato il rock progressivo, in anticipo di ben due anni da quello che dai più ne viene considerato il vero capostipite: il celeberrimo “In the Court of the Crimson King” del Re Cremisi. Non dimentichiamo neppure che, proprio in quell’anno, faceva capolino in classifica anche il “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles  un disco che, oltre ad aver rivoluzionato la musica dell’intero emisfero, considero come il vero e proprio monolite del progressive rock. 
L’idea di fare Nobody’s Land arriva in seguito a quale percorso?
Dopo un periodo tutto sommato glorioso le riviste dell’epoca stavano mostrando la corda, vittime designate del riflusso e del disimpegno. “Ciao 2001”, che del rock progressivo era stato la vera bandiera, stava scomparendo così come anni prima era stato per “Qui Giovani”, per “Nuovo Sound” e per “Gong” un mensile che, oltre alla musica, dava soprattutto udienza alle mutazioni politiche. “Nobody’s Land” voleva rappresentare un ponte che collegasse quelle urgenze e quelle esperienze, una “terra di nessuno” sulla quale innestare i semi della musica, della cultura e della politica. Se il progressive ne era la matrice essenziale, ampio spazio veniva comunque dedicato al rock, al folk e al cantautorato più classico. Una rivista che, oltre a editoriali piuttosto sferzanti e corrosivi sugli usi e sugli abusi di una classe politica ripugnante, raccoglieva le testimonianze di quelle che, al tempo, erano le sentinelle della democrazia: il procuratore Gian Carlo Caselli, don Luigi Ciotti, Giovanni Impastato, Marco Travaglio, Gian Antonio Stella...     

Quali sono i momenti che ricordi con maggiore affetto e per quale motivo?
Sicuramente quando, per preparare un nuovo numero, il gruppo redazionale si riuniva al gran completo. Si respirava un’atmosfera particolare, uno spirito cameratesco e quasi carbonaro. Penso agli occhi lucidi e ai nodi in gola di quando, dalla legatoria, usciva ogni prima copia e la nostra beata ingenuità di poter almeno cambiare qualcosa, non soltanto a livello politico ma nel promuovere artisti che, altrimenti, non avrebbero mai avuto alcuna possibilità di salire sul carrozzone mediatico. E poi il pensiero per Elio Ribotta, scomparso prematuramente, il suo entusiasmo contagioso e la sua generosa amicizia.  

Quali sono i numeri che ti hanno soddisfatto maggiormente?
Gli ultimi, certamente. Perché, più il tempo passava e più il giornale tendeva ad assumere un aspetto quasi professionale, sia per la veste grafica che per i toni critici e analitici di Marcello Parilli, di Antonio De Sarno e di tutta una serie di scapestrati don Chisciotte pronti a combattere contro i mulini a vento. Le interviste diventavano sempre più atipiche e coinvolgenti perché ritenevamo che la cosa più importante non fosse assecondare l’interlocutore ma scoprirne le motivazioni, lo spirito e le origini delle sue opere. In sostanza, posso dire che chiunque, anche se con un solo articolo, ha lasciato un solco profondissimo nella Terra di Nessuno.  

Gli artisti con cui hai avuto i migliori rapporti?
Nel corso degli anni ho incontrato persone eccezionali che, da ragazzo, ero abituato a vedere da una diversa prospettiva. Dal pubblico li battezzavi come miti, come déi irraggiungibili. Frequentandoli ho scoperto che sono persone straordinarie, ricche di talento e dotate di una profonda umanità. Con molti di loro sono riuscito a stringere anche una profonda amicizia: penso a Vittorio Nocenzi del Banco, a Vittorio De Scalzi dei New Trolls, a Lino Vairetti degli Osanna. Così come non dimenticherò mai Francesco Di Giacomo, Joe Vescovi e Marcello Vento. Magici, nel contempo, gli incontri con Gary Brooker, con Peter Hammill, con Steve Hackett, con Patti Smith, con Donovan... 

Perché hai deciso di porre fine a quell’esperienza?
Per due motivi. Il primo, quello che ha spento in mio entusiasmo, è stato un dolore privato, la perdita di una persona con la quale avevo condiviso la mia vita. Il secondo per una vera e propria questione di costi: la realizzazione, la stampa, la confezionatura e le spedizioni, sommate al sempre più difficile recupero delle copie vendute e invendute, era ormai diventata una montagna insormontabile.   

Cosa rimane di Nobody’s Land?
Un ricordo bellissimo ma purtroppo vecchio di vent’anni. Vent’anni nei quali, fuori da quello steccato, il Paese è riuscito a distruggersi e a distruggere quasi tutto: il lavoro, la politica, l’impegno civile, la solidarietà, la musica, il calcio, il cinema, la letteratura. La corruzione e l’ignoranza sono i paladini di una nuova éra e di Terre di Nessuno ne restano ormai ben poche.

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