venerdì 19 maggio 2017

LE CORDE DEL VIOLINO DI LINO CANNAVACCIUOLO





LE CORDE DEL VIOLINO
DI LINO CANNAVACCIUOLO

Da “Aquadia” a “Insight”, un in itinerario che lega due mondi paralleli
di Franco Vassia

Artista versatile ed estremamente creativo, Lino Cannavacciuolo porta in dote un’immensa forza catalizzatrice in grado di inoculare, da un lato, benefiche iniezioni di adrenalina, di deflagrante classicità e di squarci di spirituale ed ecumenica religiosità. Dall’altro, ha il potere di un grande sacerdote, in grado - come pochi altri - di decodificare l’arcaica cultura popolare partenopea per modellarla e poi espanderla oltre i suoi confini prestabiliti per poi farla planare nell’immenso cratere della world music. Vetturale, viandante e traghettatore di lungo corso di una chiatta sudista che vanta illustri passanti quali Peppe Barra (col quale ha inciso capolavori del calibro di “Borghese gentiluomo”, “Guerra”, “Mareamare”, “Peppe Barra in concerto”, “La cantata dei pastori”, “Matina”, “Decamerone”), la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Roberto De Simone (lo straordinario regista teatrale, compositore e musicologo col quale ha intessuto una fitta collaborazione per plasmare “Io canto in discanto”, “Carmina Vivianea”, “Cantata di Natale”, la celeberrima “Gatta Cenerentola, il “Pulcinella” di Strawinski). E poi ancora: arabeschi strumentali scambiati con Tony Levin, con James Senese, Tullio De Piscopo, Alfio Antico, Daniele Sepe, Luigi Lai, Enzo Avitabile, Jenny Sorrenti, Toni Esposito, Patrizio Trampetti…
Le musiche di Lino sono un condensato di temperamento e di emozioni al punto da rendere quasi sempre necessaria una doppia e attentissima lettura. Mentre da una parte vengono esposti quadri a tinte forti e di estrema gaiezza, quell’altra viene arredata di lirica drammaticità. “Aquadia” e “Segesta” - i suoi due primi, pregevolissimi album - si cibano di irrequieto impeto e si irrorano la sanguigna nervatura dell’artista napoletano.
Capolavori dall’aria pulita, dove è il violino a dettare la parte e a rendere complementari dolcezza e irruenza tanto da poterle associare - visto che musica e letteratura sono spesso state sorprese sottobraccio - al “bello come il giorno e cattivo quando il tempo è cattivo” di Prevért.
Oltre alle innumerevoli collaborazioni, e alla stesura di una nutrita serie di colonne sonore per RaiUno e RaiDue, la discografia solista di Lino Cannavacciuolo conta anche su altri due album di altissimo livello quali “CaNa” e “Pausilypon”, datati però 2004 e 2010. “Insight”, la sua recentissima opera, arriva dopo ben sette anni e tende a mischiare le carte fin qui utilizzate per approdare a lidi, se non sconosciuti, fino ad ora soltanto accarezzati.
La tua musica viene spesso etichettata come world music, quando possiamo invece considerarla come un condensato di stili e di umori che, quasi come scusante, partono dalla musica classica per poi attraversare il folk, il rock, la musica contemporanea e, adesso, anche il minimalismo…
Fin da quando ho cominciato a suonare ho sempre detestato le etichette. Non mi è mai piaciuto suddividere i generi musicali come purtroppo si è soliti fare. Piuttosto che suddividere, mi è sempre piaciuto sperimentare, andare alla ricerca di quelle note difficilissime da tenere in gabbia. Musica universale? Credo che proprio questa sia la mia principale caratteristica. Un elemento che mi è sempre stato compagno di vita e che, se sommato alla curiosità che ti circonda, diventa una carta assorbente, in grado di ascoltare, di recepire e di plasmare tutta quanta la musica, senza alcun preconcetto o pregiudizio.
Parlando di caratteristiche, fatte salve la tua indubbia capacità tecnica e artistica, credo che la principale sia rappresentata dalla potenza delle tue performances. Sul palco riesci a sfoderare una carica inesauribile nella quale tu stesso tendi a diventare strumento. Flussi di sangue e rivoli di sudore, scariche adrenaliniche talmente debordanti da mandare in combustione qualsiasi spartito. Poi, di contro, ecco l’altra faccia della medaglia: quella forgiata da venature armoniche e rivestita note di disarmante dolcezza.
E’ vero… Quando salgo su un palco mi trasformo, divento quasi un’altra persona. E’ una condizione strana, unica, della quale nemmeno so spiegare il perché. Quel che è certo è che per me quel momento diventa un atto liberatorio, ricco di positività e di grande energia nel quale mi immergo totalmente. La musica è passione, soprattutto se la vivi intensamente.
Nella tua ormai lunga carriera hai collaborato con grandissimi musicisti, hai diretto orchestre, scritto numerosissime colonne sonore, ma il momento magico credo sia il meraviglioso matrimonio artistico intessuto con Peppe Barra…
E’ stata magìa, fin dal primo minuto. Un incontro basilare, credo per entrambi. Del resto era un fatto alquanto scontato: Peppe è un talento naturale, uno dei più grandi artisti internazionali in circolazione. Un artista che tutto il mondo ci invidia. Lavorare con lui è stato un arricchimento artistico, culturale, personale. Un percorso - il nostro - lunghissimo, dove abbiamo condiviso il palco di innumerevoli concerti e tantissimi progetti comuni. La prova provata, oltre ai numerosissimi recital, è rappresentata dalla nutrita serie di incisioni discografiche alle quali ho avuto la fortuna di collaborare. Credo, con ragione, che l’entusiasmante intesa artistica condivisa con Peppe, sia davvero unica.
“Insight”, arriva a sette anni di distanza da “Pausilypon”, il tuo ultimo album solista, ed è un lavoro che prende un po’ le distanze dai precedenti. Il ruolo del violino diventa una componente al servizio di un pianoforte, di un quartetto d’archi e dell’elettronica. E’ un album molto riflessivo che sembra spegnere il magma che tormentava i suoi predecessori, forse per andare alla ricerca di qualcosa di più delicato, di più ancestrale e scuro. Sembra quasi che le tempeste magnetiche abbiano lasciato il campo alle riflessioni e alle carezze…
Dopo i primi album, legati comunque a quello che ritengo il mio mondo, avevo una grande voglia di esprimere e di valorizzarne uno parallelo che, anche se l’avevo più volte soltanto sfiorato, mi era sempre appartenuto. Un sentimento che, con ogni probabilità, deriva dalla mia formazione classica, un mondo che non ho mai abbandonato completamente. Era da molto tempo che coltivavo questo progetto. Mi piaceva l’idea di realizzare un disco che avesse un suono più classico, che si avvicinasse maggiormente alla musica da camera. Il tutto, ovviamente, filtrato da una mia personalissima visione. Un disco che fosse privo dei virtuosismi e delle dinamiche che hanno caratterizzato quasi tutta la mia passata produzione. Quel che cercavo, in questo lavoro, era l’essenzialità della musica: un lavoro scritto e sognato per un preciso organico e con tanto di partitura. “Beat”, “Vision”, “Regrets”, “Light”, “Storm”, “Insight”, “Deep Blue Sea”, “The Search”, “Relationschips” sono anelli di congiunzione tra il mio passato e il mio futuro prossimo. Puoi ascoltarci l’amore per la musica cameristica, i segnali del tempi, i ritmi delle stagioni, la bellezza dell’universo.
Oltre alla musica sei una persona molto attenta all’aspetto sociale del mondo. “Pausilypon” era dedicato a Rachel Corrie, mentre “Insight” lo hai dedicato a Carla Ilenia Vassallo…
Rachel Corrie, la pacifista americana uccisa nella Striscia di Gaza per impedire agli israeliani di abbattere delle case palestinesi, nel tempo è diventata un icona della pace. Credo fosse giusto ricordarla, soprattutto in tempi in cui la memoria tende spesso a essere cancellata. Carla Ilenia Vassallo, oggi testimone dell’Associazione “Io rido ancora”, a tutela delle numerose donne vittime della violenza, è stata bruciata dal suo ex compagno. Conosco Carla che, oltretutto è una concittadina. Quell’episodio, ennesima bestemmia di quel morbo irreversibile chiamato femminicidio, si verificò proprio nel momento in cui stavo realizzando “Insight”. Un episodio che mi colpì moltissimo e che, pur con tutta l’impotenza e la massima umiltà, spero che la musica possa un giorno curare e guarire.

Pubblicato nel N. 12 di PROG ITALIA

PAOLO SIANI: UN MICROCOSMO UNIVERSALE PER NUOVE IDEE



PAOLO SIANI: UN MICROCOSMO 
UNIVERSALE PER NUOVE IDEE
di Franco Vassia

Le evocative e antiche sonorità del Duduk - antico strumento etnico della tradizione musicale armena - sono la chiave ideale per entrare in questo microcosmo di inusitata bellezza. Faces with no Traces, secondo lavoro del progetto Paolo Siani ft. Nuova Idea, è un album circolare e dal forte carattere enciclopedico dove, ad ogni solco, è possibile contrarne i germi e ammalarsi così delle influenze più svariate. Cori polifonici, pieni orchestrali, elucubrazioni psichedeliche, disarmonie e dissonanze, contrasti hard rock, suggestioni celtiche e carovane orientaleggianti, il tutto perfettamente amalgamato da una profonda ed ecumenica matrice progressiva.

Fondatore della Nuova Idea, e successivamente del progetto che porta il tuo nome, con Faces with no Traces hai ridato linfa a un progetto che tende a rinverdire i fasti di un glorioso passato.
Qualche anno fa fui chiamato per un’intervista radiofonica durante la quale, tra una conversazione e l’altra, furono trasmessi brani degli album storici della Nuova Idea. Il primo ad essere sorpreso fui proprio io poiché, da molto tempo, non ascoltavo quella musica. Ci furono poi altre interviste che, come esito finale, ebbero il merito di farmi riscoprire le cose davvero belle che avevamo scritto. Il passo successivo, dal momento che non mi è mai piaciuto vivere di ricordi, fu quello di riprovare a scrivere qualcosa di nuovo. I primi tentativi furono piuttosto deludenti ma, con molta umiltà e altrettanta costanza, riuscii a registrare i primi, timidi provini. Nel 2009 finii di compilare Castles, Wings, Stories and Dreams. Seguirono alcuni concerti e un’intensa attività promozionale che mi convinsero - grazie anche alla Black Widow Records e al loro entusiasmo - che stesse nascendo una nuova storia. Non ho scritto quell’album guardandomi alle spalle ma ne convengo che le lontane influenze di quel periodo abbiano lasciato più di un solco. Faces with no Traces è senza dubbio un lavoro più consapevole e maturo e che, pur non disconoscendo sonorità e temi della tradizione prog, mi permetto di definire moderno e attuale.
Dopo Castle, Wings, Stories and Dreams e il dvd Live Anthology, Faces with no Traces è un album estremamente eterogeneo nella sua costruzione ma che riesce a mantenere saldo l’andamento del concept. Brani che, seppur diversi nella loro concezione, prendono le distanze dal prog di maniera per un volo ancora più ampio e libero...
In questo senso, anche oggi che non sono più giovanissimo, ho conservato il mio spirito un po’ anarcoide, ragion per cui tutto ciò che sa di precostituito, di prestabilito o di gabbia stilistica, mi trova assolutamente reattivo e contrario. I brani di Faces with no Traces sono sicuramente eterogenei ma strettamente legati da un unico idem sentire che lo rendono molto simile ad un concept. Nel momento magico della creazione di un brano non mi faccio mai molte domande ma seguo istinto, passione e il mio gusto personale.  Il mio desiderio, oggi come ieri, è quello di fare musica che sorprenda, ma non in una maniera gratuita e circense quanto piuttosto alla voglia di non seguire alcuno schema e nella più sincera libertà espressiva.
La parte maggiormente progressiva è forse proprio quella legata ai testi, come la leggenda del contadino e del gigante narrata in No One’s Born a Hero oppure quella della “mitica nave” di Welcome Aboard. Ci sono anche brani dal chiaro interesse sociale quali Black Angel’s Claws e Free the Borders...
Il mio metodo di lavoro è il seguente: dapprima cerco mentalmente un’idea sonora, un suono, un riff, una piccola scintilla che mi stimoli a proseguire. Poi, lentamente, comincio a far germogliare quel seme e a concepire i primi suoni che ritengo coerenti con lo spirito iniziale. Passo dopo passo costruisco linea melodica e arrangiamenti suonando, oltre al mio, tutti gli strumenti. Soltanto a questo punto comincio a buttare giù i primi abbozzi di testo. E’ inevitabile che, anche in questo caso, vengano fuori temi che rispecchino il mio pensiero: l’interesse per il sociale è una parte importante della mia vita senza per questo dimenticare quella sognante legata a Castles, Wings, Stories and Dreams.
Tra i brani più intriganti ci metterei Black Angel’s Claws, Three Thing ed Ériu...
Lo ritengo un complimento perché considero quei due testi tra i migliori dell’album. Il primo è pesantemente rivolto a chi continua a rovesciarci addosso un buonismo becero e stantìo. Non sono un cultore della vendetta ma tantomeno del perdonismo dilagante che oggi imperversa. Chi mi fa del male, in maniera gratuita e immotivata, deve sapere che non troverà mai il mio perdono. Three Things è un momento di analisi introspettiva: poche parole destinate a sintetizzare il passato considerando il presente e il futuro prossimo. Ériu è un momento epico, con sonorità che adoro da sempre, quelle della terra d’Irlanda.
Mentre in Castles, Wings, Stories & Dreams, oltre ad alcuni membri della vecchia Nuova Idea, hanno suonato Mauro Pagani, Roberto Tiranti e Joe Vescovi, in Faces with No Traces partecipano ben 21 musicisti del calibro, tra gli altri, di Ricky Belloni, Marco Zoccheddu, Giorgio Usai, Guido Guglielminetti, Carlo Marrale e Roberto Tiranti....
Oltre a loro non posso non citare Gevorg Dabaghyan, maestro armeno e uno dei pochi suonatori di Duduk al mondo,  il coro Nuove Armonie composto da ben 50 ragazze, il sax di Federico Buelli, il violoncello di Eva Feudo, le chitarre e la voce di Paul Manners e l’esperienza felice con mio figlio Alessandro assieme a Leeroy Thornhill, autori del remix di Black Angel’s Claws, masterizzato nei prestigiosi studi di Abbey Road. E’ questo l’aspetto più esaltante: scrivo, arrangio e suono tutto da solo per poi affidare il mio lavoro ad altri musicisti con il compito, in piena libertà, di migliorarlo con la loro esperienza. Il mondo dei musicisti in Italia è spesso giudicato in maniera pesante: ritengo che in parte ci siano le ragioni per farlo ma, almeno per quanto mi riguarda, ho sempre trovato enorme disponibilità forse anche dovuta al fatto che lo scopo - non secondario del mio lavoro - è legato alla raccolta fondi per l’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova.
Qual è il motivo della cover di Post War Saturday Echo dei Quatermass?
Non ci sono motivi particolari per cui ho deciso di registrare questo brano - fra l’altro in studio e in presa diretta - se non per la bellezza del brano stesso. La spinta finale è stata la consapevolezza delle straordinarie capacità vocali di Roberto Tiranti che ha cantato in regia mentre suonava il basso e senza nessuna ulteriore correzione in sede di post produzione.
Cos’è rimasto di In the Beginning, di Mister E. Jones e di Clowns? Cosa ricordi di quel periodo così aureo?
E’ innegabile che ne sia ancora influenzato, anche se credo di poter dire che non mi sono mai servito di quei ricordi per rispolverare inutili nostalgie. Quei tempi sono davvero passati anche se è piacevole ricordarli. Vivevamo, mangiavamo, facevamo musica 24 ore al giorno per sette giorni su sette. Allora le difficoltà tecniche erano enormi ma il nostro impeto nei live le superava tutte. Siamo stati la prima generazione di giovani trasgressivi, sufficientemente colti e micro benestanti e sembrava che il mondo girasse tutto intorno a noi. La verità era un’altra ma, a distanza di tempo e senza fare confronti con le nuove generazioni, possiamo dire di essere stati molto fortunati. Cosa ricordo? I Soft Machine che, finito il loro concerto, vennero nella nostra sala prove per una Jam infinita.
Tra i tuoi meriti c’è anche quello di aver fatto parte della vecchia e gloriosa Equipe 84...
Arrivai a metà percorso della registrazione del loro album Dr. Jekyll e Mr. Hyde in sostituzione di Tullio De Piscopo. Successivamente, insieme a Guido Guglielminetti e a Ricky Belloni, lavorammo con Maurizio Vandelli sui brani di Sacrificio. Il passo successivo, invitato da Victor Sogliani e dallo stesso Vandelli, fu quello di entrare ufficialmente nella loro formazione.
Altri frutti di questa seconda giovinezza?
Un terzo album del quale sto ultimando il nono brano. C’è ancora parecchio lavoro: alcune sovrapposizioni da fare, qualche limatura ai testi prima di poter mixare. E ci sarà, inedita, anche una bonus track live della Nuova Idea nella formazione originale del 1971
 
Pubblicato nel N. 12 di PROG ITALIA

ANCIENT VEIL: ECHI DAL PASSATO REMOTO



ANCIENT VEIL: 
ECHI DAL PASSATO REMOTO
di Franco Vassia

Coniugare esperienze remote per decodificare il fascino del folk, della musica sperimentale e del rock progressivo. Il nuovo lavoro degli Ancient Veil è davvero inebriante. Pur essendo un album decisamente autarchico e personale, I Am Changing è una miniera lastricata di suoni etnici e permeata della più fragrante dolcezza progressiva. Echi passati che tornano a galla per respirare aria nuova, cerchi concentrici che si allargano per abbracciare i suoni e le culture del  mondo.

Nel 1985 avete fondato gli Eris Pluvia e, dopo Pushing Together, un demo del 1990, l’anno successivo è stata la volta di Rings of Earthly Light, un bellissimo album presentato come una “fusione tra suoni antichi e moderni”. Un lavoro che si caratterizzava soprattutto per la title track, che, come insegna il sussidiario progressivo, si sviluppava in tanti segmenti e in vari movimenti...
Alessandro: Edmondo ed io ci siamo conosciuti al liceo e, viste le molte affinità musicali, abbiamo deciso di formare un gruppo. Utilizzando gli strumenti più svariati, abbiamo cominciato a sperimentare ed è lì che è nato il nostro suono prettamente acustico, che ci accompagna ancora oggi.
Edmondo: Abbiamo iniziato a utilizzare strumenti che, almeno per noi, risultavano completamente nuovi. Io ho optato per il flauto dolce contralto che, tutt’ora, resta il nostro segno distintivo.
Come sono nati gli Eris Pluvia?
Alessandro: Quasi per caso, nell’atrio del portone della nostra sala prove, abbiamo suonato un’improvvisazione per due flauti. Così è nato il progetto, che sarà anche un quadro di Francesca Ghizzardi e, poco dopo, una performance teatrale di Rosario Romano e della stessa Francesca Ghizzardi, genitori di Edmondo. Dopo qualche anno, con alcune varianti di formazione, abbiamo realizzato il demotape e successivamente per la Musea, Rings of earthly Light, un lavoro composto quasi interamente da me e da Edmondo. Il brano, in forma ridotta, era già presente anche nel demotape: una composizione che è cresciuta con noi ed è formata da cinque movimenti che appartengono a diversi periodi della nostra attività musicale. Da Sell My Feelings, un pezzo che ho composto nel 1986, fino ad arrivare ad Earthcore, scritto tre anni dopo.
Edmondo: Abbiamo ancora quella registrazione, così come tantissimo altro materiale di quegli anni. Ricordo che, arrivato e casa, feci ascoltare il brano ai miei e, con mio padre, inventammo il nome. L’utilizzo del latino non era una novità poiché, nella prima formazione, ne utilizzavamo già la lingua per i testi. Rings of earthly Light ha ottenuto molti riconoscimenti nell’ambito del new progressive, soprattutto internazionale. Col tempo è diventato un piccolo disco di culto, tanto da essere più volte ristampato nelle versioni più disparate sia in Russia, in Polonia e in Corea…
Nel 1992  termina il progetto Eris Pluvia e, insieme a Fabio, date vita agli Ancient Veil. Anche qui un demo, Morning After (1993)  per poi incidere, due anni dopo, l’album omonimo che si riallaccia comunque agli stessi umori e le stesse tematiche...
Alessandro: Poco dopo l’uscita di Rings of Earthly Light, per problemi personali, lasciai il gruppo per dedicarmi a nuove composizioni. Edmondo restò nella band per poi - qualche tempo dopo - riunirci nuovamente in modo da continuare quanto avevamo interrotto. L’idea di pubblicare un nuovo album a nome Eris Pluvia fu vanificata dai vecchi compagni che, nostro malgrado, decisero di tenersi il nome. Decidemmo così di creare un nuovo progetto e, insieme a mio fratello Fabio, abbiamo dato vita agli Ancient Veil, nome col quale nel 1995 abbiamo pubblicato il Cd omonimo per la Mellow Records. Un lavoro nel quale abbiamo condensato i nostri gusti musicali di allora: il progressive rock, la musica classica, la lirica, il jazz, la fusion e la musica etnica. Abbiamo messo molte cose, ma era quel che volevamo. In quel Cd ci siamo ritagliati un piccolo spazio solista come Landscape and Two - composto e suonato interamente da Edmondo - che preannunciava il suo fortunato progetto Avarta e tutti i suoi lavori da solista. La mia invece è New, una canzone d’amore dedicata a mia moglie, suonata in acustico, dove si intravvede il percorso che intendevo perseguire. Pur senza allontanarci, dopo aver partecipato ad alcune compilation/tributo per la Mellow Records, ci siamo presi un bel po’ di tempo per poi rimetterci in discussione.
Una pausa, lunghissima (23 anni), e finalmente un nuovo album: I Am Changing. Un disco davvero inebriante, un contenitore di suoni etnici e progressivi che si sviluppano e si spingono nei meandri più cari agli amanti del settore. Pur essendo un album decisamente autarchico e personale, sono notevoli i riferimenti ai vostri amori musicali. Si avvertono gli stimoli istrionici di Ian Anderson e di Anthony Phillips in Bright Autumn Dawn; le intimiste e sognanti atmosfere genesisiane in If I Only Knew - forse il pezzo più bello dell’intero lavoro - e You Will See Me.
Alessandro: I Am Changing racchiude cose che ho composto molti anni prima. Chime of the Times cantata da Valeria Caucino - la stessa di Sell My Feelings in Rings of Earthly Light - faceva parte del demotape degli Eris Pluvia col titolo Walking Around Suite ed è stata composta da me e da Edmondo tra il 1986 ed il 1988. Bright Autumn Dawn risale a questi ultimi anni. Per dare un respiro diverso al brano che, parte acustico per poi trasformarsi in rock, ho voluto inserire un intermezzo orchestrale per staccare le due parti e poi terminare con una melodia sognante arricchita da moog, flauti e dalla voce di Valeria. If I Only Knew è una canzone più raccolta, guidata dalla melodia della voce, supportata dal low whistle e dal sax soprano di Edmondo. You Will See Me è divisa in tre parti: strumentale orchestrale, cantato in una mini suite prog e finale per soli pianoforte e moog.
Una miscela incantata che trae linfa soprattutto dal folk progressivo, dalla vostra passione per gli studi etnici e jazz, per poi stendere il suo velo su un immaginario estremamente variegato. A Mountain of Dust, bella e catartica, profuma di fieno e di campagna inglese, la voce di Anna Marra rimanda alla mente Annie Haslam dei Renaissance e la mai troppo rimpianta Sandy Denny.
Edmondo: Rispettando le singole espressioni, negli anni ho ricercato - e studiato - strumenti a fiato dei diversi periodi storici e delle più svariate aree geografiche: flauti irlandesi, balcanici, africani, chalumeau, duduk, cornamuse varie, zurne, shanay… Un valore aggiunto che mi ha portato a suonare con molti artisti “progressivi” che avevo sempre stimato come Mauro Pagani, la PFM, Ares Tavolazzi, i New Trolls, Vittorio De Scalzi, Picchio dal Pozzo… Esperienze, nessuna esclusa, che mi hanno insegnato molto e che mi hanno enormemente arricchito.
Alessandro: A Mountain of Dust è un brano molto semplice. L’inizio - che coincide col finale - mi fa pensare alla colonna sonora di un film western per poi proseguire con una parte cantata, velata di tristezza e di nostalgia ma che, a partire dall’assolo di musette, si tramuta in gioia. In questo brano, oltre alla mia voce e a quella di Anna Marra, c’è anche quella del mio carissimo amico John Bickham - leader dei The All Light Orchestra - che ha registrato le sue parti a Denver e col quale ho avuto il piacere di partecipare a Solar Eclipse, il loro primo album.
Tutto l’album ha il sapore dell’incanto: echi di Amazing Blondel, degli Strawbs... Credo che il vostro merito maggiore sia quello di aver saputo coniugare le vostre esperienze per decodificare quel movimento e farlo proprio.
Edmondo: Negli anni Settanta, a casa mia, si ascoltava sempre molta musica. Sono cresciuto con genitori giovanissimi, un padre scrittore e una madre pittrice e la musica era elemento unificatore di ogni arte da noi ricercata. Ascoltavamo i vinili di musica classica, Bob Dylan, i Beatles, EL&P, i King Crimson, i Pink Floyd, Leonard Cohen, i Jethro Tull, le Orme, i Tangerine Dream… Casa nostra era un porto per attori, registi, musicisti, ballerini e pittori. Ed è proprio grazie a questo che le prime performance teatrali  - musicate da me e da Alessandro - sono nate in collaborazione con i miei genitori. Tramite uno zio, anche Alessandro è venuto a contatto con la musica di quegli anni. Situazioni che hanno creato in noi una naturale propensione verso il progressive, la musica sperimentale, quella ambient… Non tentavamo di perseguire uno stile preciso, ma componevamo quello che, naturalmente, avevamo assimilato.
Pubblicato nel N. 11 di PROG ITALIA

domenica 19 febbraio 2017

VITTORIO E GIANNI NOCENZI A VALENZA: UN CONCERTO DI SPERANZA E SOLIDARIETA'

VITTORIO E GIANNI NOCENZI A VALENZA:
UN CONCERTO DI SPERANZA E SOLIDARIETA'
Un teatro che sa d’incanto, la platea e le gallerie ricolme all’inverosimile, due pianoforti: l’uno di fronte all’altro. Una scenografia perfetta, un’immagine ideale per una serata di grande musica di primo inverno, al Teatro Sociale di Valenza in Piemonte. Una festa di sensibilità, di partecipazione e di condivisione, realizzata per raccogliere fondi per la LILT - e per il reparto di Oncologia dell’Ospedale cittadino - ma, soprattutto, per rendere un saluto ad Alessandro, figlio ventunenne di Franco Taulino, leader dei Beggar’s Farm, rapito dalla solita, gravissima e devastante malattia. Il mondo della musica - di certa musica - è sempre in prima linea per manifestazioni sulla ricerca e sull’impegno sociale e Franco, con gli innumerevoli concerti da lui organizzati, tenuti e realizzati e l’impegno profuso a favore delle associazioni più svariate, ne è addirittura un paladino eccellente. E così, dalle parti di Alessandria, il 3 dicembre dello scorso anno la musica è stata la colonna sonora di un evento straordinario, grazie alla partecipazione e all’interpretazione di due icone del progressive rock e della musica in generale: i fratelli Vittorio e Gianni Nocenzi.
Fatte salve le pochissime occasioni celebrative, era dalla fuoriuscita di Gianni dalla band (1983) che i due fratelli - almeno musicalmente - non si incontravano. A Valenza è stata la prima volta in assoluto e, dopo aver eseguito le loro personali performances, l’uno di fronte all’altro, hanno suonato insieme, esaltando ancor più l’imponente legione di fans intervenuti da ogni angolo d’Italia.
Dopo i saluti di rito delle autorità e i tradizionali ringraziamenti delle varie associazioni, Gianni ha aperto il concerto con “Miniature”, il suo nuovo, bellissimo album. Un excursus sonoro che si è dipanato da “Cammino di pietra” a “Terra Nova”, da “Ritorni” a “Farfalle” fino ad “Engelhart” per poi concludere con “Ninnananna di Cosmo”.
Dal suo cantoVittorio, anziché optare per alcune composizioni soliste, ha voluto privilegiare alcuni cavalli di battaglia del glorioso Banco del Mutuo Soccorso, come “750.000 anni fa, l’amore”, “ L’evoluzione”,  “Tema di Giovanna” da “Garofano rosso”,  “Canto nomade per un prigioniero politico” ed “Emiliano”, per poi concludere, accompagnato dall’orchestra, con “Tui - Il sereno, il lago”, da “Estremo Occidente”.
Ma il clou della serata è stato quel che nessuno si sarebbe mai immaginato: Gianni, da un lato, a dettare l’intro, Vittorio, dall’altra, a raccoglierlo. E, insieme, hanno dato vita a una versione straordinaria ed entusiasmante di “Metamorfosi”, uno dei più grandi manifesti dell’era progressiva. Davanti agli occhi del pubblico, in quei pochi attimi, non danzavano soltanto le mani dei due musicisti alla ricerca di quelle magiche note, ma si è materializzata addirittura un’intera era: la nostra gioventù con tutti i suoi sogni e le sue speranze, gli amori, Francesco Di Giacomo, Rodolfo Maltese...
Poi, supportati dai giovanissimi musicisti dell’orchestra della Scuola Media “Giovanni Pascoli” (un elogio ai professori che, senza alcun aiuto, stanno formando quello che - vista l’età e la totale assenza di fondi - può definirsi un vero miracolo) e dall’intervento della Beggar’s Farm, i fratelli Nocenzi hanno dato vita a un’esplosione di ricordi e di dinamicità con “R.I.P.”, “Il ragno”', “Non mi rompete” e, in omaggio ai Jethro Tull la storica “Bourée”, con Vittorio - divertitissimo - all’organo Hammond.
Il gran finale, con “Traccia II”, da “Io sono nato libero”, ha acceso un’interminabile standing ovation da far accapponare la pelle: il giusto riconoscimento al più grande gruppo della nostra musica rock.
Tra le cose belle, oltre alla musica, ai ricordi, alle celebrazioni, quella di rivedere Gianni e Vittorio, scampati entrambi da gravi malattie, in una così perfetta forma. La vita è spesso cattiva e, con Alessandro e la sua famiglia e col Banco del Mutuo Soccorso, è stata davvero feroce. Ma, a tutti presenti, in un pur così triste convegno, è bastato il loro fraterno abbraccio per dirci che sì, davanti a noi, possiamo ancora coltivare la gioia e la speranza.

   Pubblicato su MAT2020 - Febbraio 2017

LASTANZADIGRETA: STANZA DI CORAGGIO E LIBERTA'

LASTANZADIGRETA:
STANZA DI CORAGGIO E LIBERTA'
“Le canzoni sono creature selvagge: sfuggono, si nascondono, saltano. All’inizio sono piccine ma poi crescono e sporcano tutto in giro. LASTANZADIGRETA cerca di addomesticarle ormai da qualche anno. Ne ha raccolte una dozzina nel suo primo, atteso, disco d’esordio sulla lunga distanza. Sono canzoni strane, che rifiutano le certezze delle formule più facili ma che cercano comunque di farsi pop, di parlare un linguaggio musicale leggero e condiviso da tutti. A volte sono piccole e dolci, altre volte mostruosamente abnormi.  A volte hanno suoni da cameretta, altre ancora di un’orchestra rock. A volte usano strumenti veri, altre volte strumenti strani e dimenticati in qualche solaio”.
Nella presentazione del loro primo album, LASTANZADIGRETA viene omessa - certo volutamente - quella che in fondo è una - forse la principale - tra le sue molteplici virtù: una stanza fuori dal tempo, al riparo dal logorio e dalle frustrazioni di un mondo col timone bloccato verso la deriva. Una stanza dove i sogni ancora prendono corpo e si avverano.
Dopo aver autoprodotto LATO A e LATO B, due EP colorati di musica “oltre i generi”, LASTANZADIGRETA ha da poco licenziato CREATURE SELVAGGE, un pregevolissimo baule d’antàn riempito alla rinfusa di filastrocche “popular” e genuine marmellate dai gusti più svariati quali elettro-rock, freak-pop, folk industiale, inserti cameristici insieme a una  profonda analisi sulla canzone d’autore. Al suono di una selva di bidoni, di marimba, di tubi e di strumenti di recupero (quali un vecchio harmonium Farfisa, un glockenspiel e un set di didjeridoo), ne hanno arricchito l’originale poesia con chitarre elettriche, acustiche, classiche, weissenborn, cigar box, mandolini elettrici e banjolini.
Nessuna concessione a  basso e batteria.
Abitata da Leonardo Laviano, Alan Brunetta, Umberto Poli, Jacopo Tomatis e Flavio Rubatto, LASTANZADIGRETA, oltre a una serie di applauditissime performances dal vivo, dà anche fiato all’associazione culturale ALTREARTI e al progetto JAM, “una concezione didattica diversa, ‘leggera’ e rock, che mette al centro la pratica strumentale e l’esperienza della musica d’assieme come percorso di crescita artistica e personale”.
Oltre ai concerti, LASTANZADIGRETA - in collaborazione con la compagnia Arno Klein e con l’attrice Marlen Pizzo - alterna un’attività teatrale con la quale ha prodotto gli spettacoli Già l’ora suonò, commissionato dal Comune di San Mauro Torinese per i 150 anni dell’Unità d’Italia); Come l’allodola, basato sul romanzo Ho attraversato il mare a piedi di Marco Tomatis e Loredana Frescura (sulla vita di Anita Garibaldi) e Se mancasse la corrente, uno spettacolo unplugged di soli strumenti giocattolo e autocostruiti.
L’invito è quello di entraci per curiosare. 
L’INTERVISTA
F.V.: Più che un progetto musicale e associativo, il lavoro de LA STANZA DI GRETA sembra essere la chiave di un recupero culturale, fatto di cose buone che hanno il profumo del tempo andato. Canzoni che, sfruttando l’utilizzo di strumenti che voi stessi definite “strani”, si aggrappano alle funi della canzone d’autore non disdegnando però timbriche alternative e meno convenzionali.
S.D.G.: Ci piace pensare che un buon progetto musicale debba avere un buon progetto culturale alle spalle. La musica è qualcosa che si fa e si progetta insieme, quindi la differenza la fanno le persone e le loro idee. È vero, guardiamo spesso alla musica del passato. Ma non è uno sguardo nostalgico e vuoto, con l’idea che le cose “prima” fossero meglio, più pulite, più pure e “si potevano mangiare anche le fragole”.
Anche la nostra attenzione per i vecchi strumenti non è tanto una roba da hipster collezionisti, quanto piuttosto un modo di esprimersi, di essere originali, di differenziarsi dagli altri. Non esistono, in questo senso, oggetti del passato poiché, se un oggetto è di fronte a te, non importa da dove o da quando provenga, o persino per cosa sia stato concepito: quel che conta è che si trova lì, a disposizione, pronto per essere “suonato”. Non è antiquariato ma bricolage, il nostro.
Se canzone d’autore significa scarto dalla norma, novità, canzoni non allineate, ben venga la definizione. Quello che è certo è che abbiamo tentato di rispondere a un nostro bisogno di musica “nostra”, non convenzionale, non già sentita, che non si senta in dovere di dare morali o di proporre soluzioni, ma che sappia offrire qualcosa di nuovo oltre il basso, la chitarra e la batteria.
Questo con il massimo rispetto per il basso, la chitarra e la batteria.
F.V.: Il vostro esordio discografico, caratterizzato dall’uscita di due splendidi EP, mostrava un grande amore per i toni in chiaroscuro. Note asessuate, pennellate color acquerello, umori modulati contrapposti però a dinamiche marcate di visceralità e di irruenza, figlie - con ogni probabilità - dell’infatuazione derivante dai Godspeed You! Black Emperor di “Lift yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven!”...
S.D.G.: LASTANZADIGRETA in questi cinque anni dall’uscita di LATO A, ha cercato di dare una fisionomia al proprio suono, mettendo progressivamente a fuoco le canzoni, cercando di non “fidanzarsi” troppo con questa o quella scelta stilistica e, soprattutto, di migliorare come gruppo e come singoli. È certo che l’esperienza musicale e i gusti di ciascuno dei componenti hanno influito sul lavoro di gruppo (i paragoni che anche adesso ci vengono proposti sono lusinghieri e anche troppo generosi) ed è certo che uno dei riferimenti è quello che citi tu. Soprattutto nelle improvvisazioni dal vivo e in un brano come “Erri” su CREATURE SELVAGGE che, tra l’altro, contiene un riferimento diretto, una parafrasi dei GSY! BE. Ma è per solutori più che abili.
Ma c’è davvero molto fra i nostri riferimenti, e molto lontano dal post rock strumentale. Ci sono i cantautori italiani e americani, l’industrial, il prog. La palestra musicale praticata fino a oggi ci ha aiutato a maturare una creatività corale libera da incasellamenti facili. Ci è stato detto che ascoltando i nostri brani si ha la sensazione che scappino via per la timidezza e finiscano ancora prima che si abbia il tempo di classificarli. Questa per noi è la prova che in qualche modo siamo riusciti nel nostro intento: produrre musica “bambina” che, proprio perché bambina, si disinteressa delle tabelle stilistiche e dei generi e pensa solo a correre via per raggiungere più orecchie possibili.
F.V.: CREATURE SEVAGGE, il vostro primo e recentissimo album in uscita per l’etichetta “Sciopero” degli Yo Yo Mundi, mostra invece un’inversione di tendenza dove è la canzone d’autore a essere maggiormente privilegiata. Testi molto profondi perfettamente equilibrati sulla canzone d’impegno e sul mondo fatato dell’infanzia. Poesia allo stato puro, arricchita inoltre da un testo di Erri De Luca (“Erri”), che si adagia sulla dolcezza e sulla morbidezza, con toni che rimandano a Franco Battiato e al cantautorato più interiore...
S.D.G.: Sì, a riascoltare i nostri lavori precedenti si riconosce una certa trasformazione stilistica: dal componimento musicale fluido, continuo, poco connotato a canzone e dal vago sapore progressive si è gradualmente arrivati a una forma più chiara e definita di canzone. L’apporto dei nostri “fratelli maggiori” Yo Yo Mundi è stato fondamentale: siamo molto orgogliosi di essere targati “Sciopero” e avere nella tracklist “Amore e psiche”, un loro regalo per il nostro album, ci rende molto felici. Il contatto con Erri De Luca è stato proprio come ci si augurava: attraverso brevi scambi via e-mail si è dimostrato persona di grande gentilezza e schiettezza. E il fatto che abbia gradito il modo in cui abbiamo utilizzato un suo testo ci ha notevolmente inorgoglito. Il paragone che ci viene spesso proposto tra alcune nostre canzoni e la musica di Franco Battiato non può che farci piacere. Abbiamo lavorato molto sulla pulizia del cantato e della pronuncia, cercando di ridurre quanto possibile code e “fronzoli” per avere una voce asciutta e distaccata nella narrazione. E Battiato era uno dei modelli che avevamo in mente per questo.
F.V.: Tra tanta dolcezza, il brano - ammantato dagli archi - più toccante e struggente è sicuramente “Camarade Gagarine”...
S.D.G.: È la nostra versione apocrifa della storia del cosmonauta russo. Abbiamo voluto tracciare questo ritratto visionario e sognante, affascinati a indovinare che cosa potesse passare nella testa di un ventisettenne la prima volta che ha guardato la Terra dal cosmo, il primo ad averlo fatto.
È stato un gioco che ci ha portato persino a cambiare il finale: il giovane Yuri, per LASTANZADIGRETA, non muore in un banale incidente aereo a 34 anni, ma fluttua in eterno nello spazio infinito. Abbiamo registrato il brano (e il video, a cura di Ga.Ta. Progetti Audiovisivi) nella cripta dell’ex Cimitero di San Pietro in Vincoli di Torino: lo spazio infinito nel sottosuolo!
F.V.: Nei vostri concerti siete spesso circondati da decine e decine di bambini, frutto della vostra attività didattica portata avanti con l’Associazione culturale ALTREARTI. Un’immagine bellissima che, fuor di retorica, rimanda alla mente i passi di Nicola Sacco scritti al figlio: “...Possono bruciare i nostri corpi, non possono distruggere le nostre idee. Esse rimangono per i giovani del futuro, per i giovani come te. Ricorda, figlio mio, la felicità dei giochi non tenerla tutta per te. Cerca di comprendere con umiltà il prossimo, aiuta il debole, aiuta quelli che piangono, aiuta il perseguitato, l’oppresso: loro sono i tuoi migliori amici”. Un impegno piuttosto inconsueto il vostro, soprattutto se rapportato alla piatta indolenza dei giorni nostri...S.D.G.: I bambini sono troppo spesso soggetto di frasi a effetto, ma dalla scarsa consistenza. Ce li si tira per la giacca elevandoli al ruolo di eredi del futuro a parole e poi si offre loro un futuro gerontocratico e bloccato dove le giovani generazioni devono sputare sangue per guadagnare un centimetro. Noi preferiamo stabilire un contatto con loro, con il loro mondo, le loro famiglie, suonando per loro e insieme a loro le nostre canzoni, improvvisando, inventando, giocando e creando uno spazio comune dove esprimersi con coraggio e libertà.
Un posto immaginario e insieme reale, dove esprimere la propria arte insieme agli altri, demolendo paletti e barriere di genere, stile, fascia di età, target.
Lo diciamo ai quattro venti: viva la musica bambina e democratica!

Pubblicato su MAT2020 - Febbraio 2017

martedì 24 gennaio 2017

OSANNA: BATTI IL TUO TEMPO




OSANNA: BATTI IL TUO TEMPO

Col trascorrere del tempo gli Osanna hanno saputo coniugare il verbo progressivo con la tradizione più arcaica e popolare di tutta l’area partenopea mostrando, insieme alle consuete maschere e all’indomabile furore, anche una nuova indole in grado di insinuarsi e di superare gli steccati imposti dal settore. Dopo la denuncia di Fuje 'a chistu paese, ecco Pape Satàn Aleppe, un album live dove, rincorrendo la passione, evidenziano i malesseri del nostro tempo malato. Ne parliamo con Lino Vairetti.

Pape Satàn Aleppe è un album carico di pathos, dalle dinamiche quasi viscerali e, nonostante sia una registrazione dal vivo, riesce a compensare e a riprodurre tutta la perfezione e le caratteristiche tecniche del lavoro in studio.
Con Giamprimo Zorzan, titolare del club “Il Giardino” di Lugagnano, avevamo da tempo programmato la registrazione dell’album poiché riteniamo quel locale un vero tempio della musica prog. La nostra idea era quella di registrarlo con le tecnologie più avanzate proprio per renderlo quanto più fedele alle registrazioni in studio. Opera e merito vanno ad Alfonso La Verghetta, il nostro fonico, sound engineer ed elemento aggiunto del nostro gruppo.
Pape Satàn Aleppe, oltre a rendere omaggio alla Divina Commedia di Dante (Canto VII, L'Inferno), è anche una frustata al tessuto della società odierna…
Pape Satàn Aleppe, oltre a essere il titolo dell’unico brano inedito è anche quello che dà il titolo all’album. Quasi un’illuminazione avuta dopo la morte di Umberto Eco e la lettura del suo libro postumo che porta lo stesso titolo. Il testo originale del brano possedeva già una sua stesura, con citazioni e rimandi storici alla rivoluzione giovanile del 1977, al movimento degli “indiani metropolitani” e al grido “riprendiamoci la vita” di Jerry Rubin. Poi tutto è cambiato. Grazie a Eco, mi sono addentrato nel percorso dantesco andando a rileggere il VII Canto dell’Inferno di Dante, proprio per trarne ispirazione. L'interpretazione di Benigni mi aveva deluso ma, nel contempo, avevo recuperato un Vittorio Gassman da brividi. Da qui la voglia di recitare quei sei versi. Lo sviluppo successivo - con testo in dialetto napoletano - si colloca sullo stesso percorso di Palepolitana, con la città di Napoli perennemente al centro della nostra poetica. Pape Satàn Aleppe, che inizia con un’aura ambient sulla quale recito i versi, decolla successivamente su ritmiche più marcate, sulle stile dei Led Zeppelin, per poi dilatarsi in un’ode corale, dinamica e piena di cambiamenti di atmosfere e dai ritmi decisamente progressivi. Il testo è una chiave di paragone tra il girone dantesco dei dannati e dei peccatori col cuore di una città metropolitana (nel nostro caso Napoli), dove esseri spregevoli, sia politici che cittadini comuni, si distinguono ogni giorno per egoismo, avidità, avarizia e per tutti quei lati oscuri che creano soltanto degrado, disordine e malessere a una società civile. Tra le varie menzioni, anche l’utilizzo di una secolare filastrocca popolare: “Chiòve e ghièsce 'o sole, tutte 'e vecchie fann'ammore …”. Ci sono però anche altri motivi che riconducono alla scelta del titolo. Uno di questi deriva dalla mia militanza giovanile nei boy scout poiché, in quegli anni - studiando e leggendo sui banchi di scuola la Divina Commedia - fui colpito dalla forza della frase, tanto da usarla come grido e presentazione della mia pattuglia. Non mancano peraltro altre citazioni come quella di Benedetto Croce - “Napoli, un paradiso abitato da diavoli” - frase piuttosto controversa che, durante il suo soggiorno napoletano, venne attribuita anche a Goethe.
Se Pape Satàn Aleppe - l'unico brano inedito dell'album - mantiene salde le redini del prog, dall'altra, così come in Palepolitana (la meravigliosa Canzone amara, Fenesta Vascia e Santa Lucia...), viene evidenziato ancor più il tuo amore per Napoli. E' pur vero che - soprattutto con Palepoli - ha sempre rappresentato l’epicentro della vostra musica ma in questo live, così come nel precedente lavoro in studio, si avverte il fascino di una ricerca ancora più mirata, quella che, per certi versi, è una delle maggiori componenti degli studi di Roberto De Simone e della Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Avendo da sempre amato Roberto De Simone e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, posso dire che è un amore che ritorna. Una chiara dimostrazione è il tour - che toccherà tutte le più grandi città italiane - intrapreso insieme alla gloriosa compagine partenopea. Un connubio che racchiude tutta la mia passione e una soddisfazione ancora maggiore se penso che, nei lontani anni ’80, quando scrissi Canzone amara, l’idea era proprio quella di proporla alla NCCP. Cantarla con loro, in chiusura di concerto, è davvero un privilegio indescrivibile.
Fatta salva qualche isola incantata, come nel caso della straordinaria There Will Be Time, hai sempre mostrato di preferire i ritmi frenetici alla melodia. Com'è ritornato, nel vostro sound, il gusto per la melodia? Una scelta che, oltre a mettere in luce le tue doti istrioniche, riesce a valorizzare ancor più anche la tua voce.
La melodia è stata sempre nel mio DNA. Negli anni '70, con quel fior fiore di formazione che comprendeva Danilo Rustici alla chitarra elettrica e Elio D'Anna ai sax e al flauto, c'era una maggiore propensione verso un sound maggiormente strumentale, grintoso d energico. Le parti melodiche rappresentavano una parte minore che, tuttavia, sapeva creare la giusta suggestione e il giusto contrasto tra le varie dinamiche. Dal mio canto, oltre alla voce, mi adoperavo anche a suonare il mellotron, il synth e la chitarra 12 corde. A quel tempo, piuttosto che in quelle vocali, ero molto più impegnato a eseguire le parti strumentali. Erano altri tempi. Poi, anche attingendo al patrimonio popolare napoletano, con gli anni ho recuperato e ampliato la mia vena melodica e, con essa, anche il piacere del canto. Le mie composizioni oggi ruotano intorno alla mia vocalità e anche a quella di Irvin che, da buon figlio, ha evidentemente ereditato parte del mio talento vocale. Il gruppo attuale esprime una forte componente melodica di cui sono orgogliosi e dove, sia la mia voce che quella di Irvin, assumono spesso un ruolo primario.
L'ossatura odierna degli Osanna è composta da valentissimi musicisti, soprattutto giovani. Nel pieno rispetto dei predecessori, è però innegabile che, col loro talento e la loro vivacità, i vecchi brani acquistino una nuova vernice.
I musicisti della nuova formazione sono davvero straordinari e, senza tema di smentita, credo che questa formazione sia l'unica che possa competere con quella originale, senza per questo far rimpiangere il passato. Su una ritmica molto solida e grintosa, formata da Gennaro Barba alla batteria e Nello D'Anna al basso, si alternano i virtuosismi armonici e solistici di Pako Capobianco alla chitarra elettrica e di Sasà Priore alle tastiere. Su questa base, e su questo tessuto ritmico e armonico, si incastra poi, successivamente, l’impasto vocale delle nostre due voci. Sul versante strumentale, come ai vecchi tempi, suono l'armonica e la chitarra ritmica e acustica, mentre a Irvin è affidato il ruolo di secondo tastierista con l’uso di strumenti vintage. La linfa vitale portata dai nuovi elementi è quindi evidentissima.
Nell'album, due splendide sorprese: Donella Del Monaco, voce lirica degli Opus Avantra e Jenny Sorrenti, la musa del prog...
Due perle storiche del prog italiano che hanno arricchito il nostro album. Superba la presenza di Donella in Canzone Amara e incantevole quella di Jenny in Vorrei incontrarti. Determinante però, nell’economia dell’album, anche la presenza di Mauro Martello, il bravissimo flautista degli Opus Avantra. Nel brano inedito, sia dal vivo che in sala di registrazione, abbiamo anche avuto due altre eccellenti ospiti: la cantante Fiorenza Calogero e la violinista Stella Manfredi.
Un inedito, la rilettura di grandi brani storici, alcune gemme da Palepolitana ma, soprattutto, un excursus sonoro, e amorevolmente doloroso, nella grande musica italiana.
Tutto l’album è dedicato a compagni di viaggio e artisti che hanno avuto il merito di formarmi sia umanamente che culturalmente: Umberto Eco, Francesco Di Giacomo, Demetrio Stratos, Augusto Daolio, il nostro concittadino Pino Daniele… A loro abbiamo voluto dedicare un loro brano, delle cover, ma suonate alla nostra maniera. Auschwitz, Il mare o Vorrei incontrarti, di Alan Sorrenti, sono dei piccoli gioielli scritti da grandissimi autori. Un altro atto d’amore dell’album è Prog Garden, un medley in cui, con alcuni cenni o semplici citazioni, rendiamo onore al Banco con Non mi rompete, alla PFM con Il Banchetto e agli Area con lo storico riff di Luglio, agosto settembre nero. In sintesi, un omaggio a quella che è stata, e che continua a essere, la musica della mia vita.  

Pubblicato sul N. 10 di PROG ITALIA, in edicola


PASSAGGI DI TEMPO NEL REGNO DI PANDORA



PASSAGGI DI TEMPO NEL REGNO DI PANDORA

Capita sempre più spesso, soprattutto nel prog, che i figli subiscano e amplifichino le influenze musicali tramandate dai padri. Quel che è più difficile - accarezzando gli stessi sogni, curando le stesse voglie e liberando le stesse speranze - è il partire assieme. Giunti al quarto album con Ten Years Like in a Magic Dream... i Pandora sono forse l’esempio che sintetizza al meglio la passione generazionale e il comune impegno per la musica. Progressive d’antan, rock sinfonico, jazz, metal e testi surreali pescati direttamente nelle acque dell’Olimpo, raccolti nelle brughiere nordiche, setacciati nei miti e nel regno del fantastico. Un laboratorio aperto in grado di generare opulenze di note, accogliere amici comuni e grandi nomi della musica come Vittorio Nocenzi, David Jackson e Arjen Lucassen. Mentre Claudio Colombo - talentuoso e straordinario polistrumentista - è l’albero motore del progetto, il padre Beppe ne è il gran sacerdote. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del nuovo disco e del decennale della band.  

Il rock progressivo, fin dagli inizi, si è sempre ispirato al mondo della mitologia, alle allegorie, ai simbolismi, alle metafore e al fantasy, perdendo spesso di vista quelli che sono i temi interpersonali, politici e sociali. Pandora, la “giovane dotata di virtù, grazia e intelligenza” abbraccia invece ne abbraccia l’intero universo. Però, a differenza del suo vaso dal quale, una volta aperto, sono fuoriusciti tutti i mali del mondo, dal vostro esce buona musica e chiari riferimenti sociali...
Usiamo il fantasy per le nostre metafore proprio per sottolineare, oltre a quelli personali, problemi politici e sociali. Brani quali il Giudizio Universale e March to Hell - da  Dramma di un poeta ubriaco, il loro primo album, ndr - prendono a pretesto proprio questi problemi. Il primo analizzando i risultati negativi ottenuti dalle varie caste politiche e, il secondo, scritto durante la guerra dei Balcani. Salto nel buio, nel contempo, ripercorre il viaggio nella morte con relativa presa di coscienza. Il Necromante, che apre Alibi filosofico, è invece è la summa del vaneggiamento impazzito che spesso colpisce chi arriva al potere. Così, visto che la società attuale non produce più ideali né correttezza, il fantasy ci permette almeno di fantasticare.
I vostri amori musicali sono quelli di ciascuno di noi: Genesis, E.L.&P., PFM, New Trolls, Gentle Giant e Orme, con qualche febbriciattola hard contratta sul versante dei Dream Theater. Un passaggio, quasi naturale, che si tramanda da padre in figlio.
Con Claudio dividiamo gusti comuni, amiamo il rock più duro, quello che arriva a miscelarsi col prog e, di conseguenza, anche quello dei Dream Theater dell’epoca Portnoy. Elementi che, avendo personalità diverse e spesso contrastanti, sono il propellente per cercare sempre nuove strade.
Una delle vostre caratteristiche è quella di essere un quartetto piuttosto “allargato”, disposto cioè ad assumere, di volta in volta, l'aspetto di un progetto sempre più ampio. Gran parte del merito va all’amico, e maestro, Arjen Lucassen che spesso ci ha ispirati. Ritengo che oggi sia uno dei più grandi compositori in circolazione. Amiamo ospitare grandi nomi, per la loro carica, i loro insegnamenti. Arjen Lucassen, David Jackson, Vittorio Nocenzi, ma anche Dino Fiore e Andrea Bettino del Castello di Atlante. Da tutti quanti abbiamo attinto spessore musicale e soprattutto umiltà.
Nel 2008, con il tastierista Corrado Grappeggia e col chitarrista Christian Dimasi avete pubblicato Dramma di un poeta ubriaco: un album profumatamente imbevuto di rock sinfonico e di deferenti omaggi a quegli eroi che abitano i territori del jazz e dell'hard. Una prova validissima forse un po’ troppo soverchiata dalla ridondanza dei testi.
Il primo disco è come il primo amore, lo avevamo sognato e desiderato da sempre. Corrado è arrivato con alcuni pezzi sui quali bastava lavorarci soltanto un po’. Altri sono nati in sala prove, altri ancora erano appunti riposti nel cassetto. Un lavoro genuino, permeato da un robusto rock sinfonico e caratterizzato proprio dai testi di Corrado, piuttosto profondi e dai toni decisamente più elevati rispetto a quanti siamo abituati sentire. Un disco che ha avuto un buon successo soprattutto nel Sol Levante, dove venne editata anche una versione con testi tradotti in giapponese.
Sempre e ovunque oltre il sogno, datato 2011, è un disco che conferma la buona vena dei Pandora...
Fu album molto sofferto. Un bagaglio del quale abbiamo fatto tesoro per le esperienze vissute - soprattutto negative - dovute alla forte incompetenza che gravita intorno al mondo musicale. Siamo fieri di quel disco, in esso c'è un sound in levare, tanta intimità e la nostra prima suite Sempre e ovunque oltre il sogno e un brano diviso in tre parti (L’altare del sacrificio, L’incantesimo del druido e La formula finale di Chad-Bat) che spazia dal jazz-rock al prog più psichedelico fino a quello sinfonico. C’è anche un ricordo molto intimo, 03.02.1974, sulla calata dei Genesis a Torino. Un lavoro che, in modo più marcato ha determinato i nostri ruoli permettendo di liberarci da zavorre fastidiose e di aggiungere un elemento che ormai ci contraddistingue: l'arrivo di Emoni Viruet a illustrare le nostre cover.
Due anni dopo è la volta di Alibi filosofico, un vero e proprio manifesto prog, con tanto di montagne nere, mezzi giganti, tempeste di lame e pioggia di sassi.
Alibi filosofico ha avuto il merito di consacrare la nostra crescita e la nostra voglia di far musica. Un lavoro nel quale siamo riusciti a coinvolgere artisti di grande spessore quali Duilio Mugittu che ha interpretato Apollo, Emoni alla sua prima esperienza musicale nel gruppo, Leo Gallizio bassista live e grande amico, Dino Fiore del Castello di Atlante. E dulcis in fundo, Arjen Lucassen, con la sua grande personalità compositiva, e David Jackson un monumento di sensibilità musicale e di umiltà. Il suo apporto in Apollo e in Tony il matto, dedicato al pittore Ligabue, è stato davvero determinante.
Arriviamo così a Ten Years Like in a Magic Dream... e non è affatto retorico affermare che è l'album della maturazione definitiva. Sonorità maestose, dinamiche coinvolgenti e soprattutto testi in inglese che conferiscono al lavoro uno spessore ulteriore. Non dimenticando la presenza di nuovi graditi ospiti...
In realtà doveva essere soltanto un EP acustico, realizzato per festeggiare il nostro decennale. Poi, lavorandoci sopra, abbiamo rimesso mano ai nostri pezzi e li abbiamo rielaborati sulla falsariga di quel che al tempo fece il Banco, la nostra più grande fonte di ispirazione. La prima parte, Fragments of the Present, in inglese, presenta alcuni nostri classici mentre la seconda, Temporal Transition, è una mini-suite suddivisa in due parti dove la prima, Lamenti d’inverno, è nata per introdurre una versione rivisitata di Canto di Primavera con un’emozionante dedica, fattaci da Francesco Di Giacomo, in un concerto tenuto nel 1998 a Racconigi. Nel registrare l’assolo finale, Vittorio Nocenzi è intervenuto col suo storico Mini-Moog. Così, vista l’impossibilità di avvicinarci minimamente alle timbriche vocali di Francesco, Claudio - genialmente - ha proposto l’idea di utilizzare una voce femminile, quella di Emoni. Se a tutto ciò aggiungiamo il connubio musicale tra David Jackson e Vittorio Nocenzi possiamo dire di aver davvero toccato il cielo con un dito. Infine un sentito tributo al progressive: un doveroso omaggio ai grandi nomi della storia. Lavorando con la fantasia - nella parte centrale di Second Home By The Sea, un medley decisamente evocativo - abbiamo inserito alcune parti che i fans dei Genesis non faticheranno a riconoscere. Ulteriori omaggi anche a Marillion, Yes, EL&P... La presenza di Lucky Man potrebbe essere scambiata come un tributo alla scomparsa di Keith. Non è così! Da tempo, con Claudio, avevamo l’intenzione di mettere le mani su questo brano. Senza alcuna presunzione, ma soltanto per rispetto, riconoscenza e devozione. Quel che è accaduto ci ha lasciati disarmati, trasformando però il nostro tributo come un omaggio al più grande musicista rock di tutti i tempi.
 
                  Pubblicato sul N. 10 di PROG ITALIA, in edicola